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“Mille volte niente” è un libro forte, difficile da digerire, impossibile da leggere senza provare un profondo senso di tristezza e di rabbia. Pagina dopo pagina l’autrice, protagonista di questa storia, racconta al lettore la sua vita, una vita così piena di sofferenza e traumi che viene spesso da chiedersi dove questa donna abbia trovato la forza per andare avanti, come abbia fatto a superare tante difficoltà da sola, sempre e comunque circondata da insensibilità, cattiveria e ignoranza.
Dopo il suo primo romanzo, “Il suono di mille silenzi”, testimonianza agghiacciante degli anni trascorsi nell’orfanotrofio di Catania, dove la madre aveva abbandonato lei, come gli altri figli, il capitolo successivo del dramma di Emma La Spina si apre con il compimento dei suoi diciotto anni, quando viene cacciata dalla struttura in cui le suore si sono occupate di lei – in modo alquanto discutibile - fin da piccola. Peccato che nell’educazione frammentaria che le è stata impartita a suon di botte e umiliazioni, non fosse previsto alcun tipo di insegnamento o strumento per sopravvivere nel mondo esterno, quello povero e miserevole dei quartieri popolari cittadini. Emma si ritrova così abbandonata in mezzo alla strada, totalmente in balia della solitudine e della sua ignoranza. Ignoranza nel vero senso della parola, perché lei letteralmente ignora anche le basi, le poche regole fondamentali per relazionarsi con gli altri, per muoversi in mezzo ad una realtà sconosciuta e insidiosa, per comprendere cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ciò la costringe a fidarsi di chiunque le dimostri anche solo un minimo di attenzione, facendola precipitare in un calvario infinito, corredato da una lunga serie di errori, compiuti prima per ingenuità, poi per disperazione.
Un uomo in particolare, anzi un “mostro”, è destinato a trasformarsi nell’aguzzino che la perseguiterà per anni: in “qualità” di datore di lavoro ben presto comincia ad approfittarsi di lei, poi, quando scopre che è incinta la rapisce per portarla nel Nord Italia, senza che nessuno alzi un dito per impedirlo. Lo scopo è di farla prostituire subito dopo il parto, ma le persone che la tengono segregata – una prostituta e il suo magnaccia - non la ritengono “idonea”. Emma viene così sbattuta in una cascina diroccata in mezzo alla campagna, con un neonato che non sa come crescere e curare. E il “mostro” non la molla un attimo: durante le sue visite improvvise la tortura, la minaccia, la terrorizza a tal punto da renderla incapace di reagire, anche nelle poche occasioni in cui le viene offerto aiuto. Intanto nasce il suo secondo figlio, una bambina, altra vittima di una realtà disumana da cui Emma non riesce ad fuggire.
Questo tormentato, lungo e significativo episodio della storia raccontata da Emma nel suo romanzo autobiografico è abbastanza per dare un’idea di quanto sconvolgente sia la lettura, riga dopo riga, di “Mille volte niente”. Ma non è tutto. Perché oltre alla violenza fisica e psicologica, questa sfortunata donna deve anche affrontare il totale menefreghismo dimostrato nei suoi confronti dalla maggior parte delle persone che come fantasmi popolano il racconto, così come la voluta e calcata insensibilità di coloro a cui Emma si rivolge disperata, fino al comportamento indifferente ed egoista - se non riprovevole - dei suoi stessi fratelli.
Un minino di umanità, qualche atteggiamento solidale, un briciolo di gentilezza appena accennata, si perdono quindi come gocce d’acqua in questo oceano di brutalità, in cui Emma sembra destinata ad annegare. Lei, però, non ha mai mollato e ha continuato a lottare per ciascuno dei suoi figli – diventati intanto quattro -, per dar loro una famiglia, quella che le è stata negata, e per la quale si è sempre dimostrata disposta a sacrificare tutta se stessa, corpo e anima.
Oggi come in passato.
"Mille volte niente"
di Emma La Spina
2010, Edizioni Piemme
pp. 288 € 16,50
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E le prime pagine del romanzo in LA SBIRCIATINA