Chi guarda al calcio con cinismo e freddo distacco non ha di certo assistito al ritorno delle semifinali di Champions League del Camp Nou tra Barcellona e Real Madrid, o se lo ha fatto, ha dovuto ricredersi.
La sfida delle sfide, che ha tenuto immobilizzati alla tv milioni di spettatori in tutto il mondo e che ha di fatto spedito i ragazzi di Pep Guardiola dritti alla finalissima di Wembley, ha infatti regalato emozioni uniche sul fronte umano.
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Tra i gladiatori della nottata che ha condannato Josè Mourinho e seguaci all’eliminazione dalla massima competizione europea, uno su tutti,
Eric Abidal. Un campione in campo, ma soprattutto fuori dal campo. Lo scorso 15 marzo il terzino francese dava al mondo il peggiore degli annunci: la malattia, il cancro. Rivelazione che già allora aveva stretto al suo seguito un attonito mondo del calcio, compresi gli eterni rivali merengues, scesi in campo pochi giorni dopo contro il Lione in Champions League con una maglietta riportante l’augurio “Animo Abidal”.

A due mesi di distanza dall’operazione
il difensore transalpino ha vinto la sua battaglia con il tumore al fegato. Minuto numero 90 del quinto Clasico stagionale: Camp Nou in visibilio, è tornato, ce l’ha fatta. Lo stadio si ferma, gli applausi sono tutti per lui. Due minuti più tardi l’arbitro fischia la fine del match, e a quel punto
la vera festa ha inizio. I giocatori del Barcellona si stringono attorno ad Abidal e lo lanciano in aria.
Non mi sembra quasi più di assistere a una partita di calcio, quelli che vedo inquadrati sono uomini, amici, fratelli. Questa è una favola. Questo è calcio.